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produzione prosa
a corpo morto
cinque variazioni sulla vita
  • a corpo morto
la locandina:

di e con Vittorio Franceschi

regia di Marco Sciaccaluga

maschere di Werner Strub

scene e costumi di Matteo Soltanto

musiche di Andrea Nicolini

luci di Andrea Bondi

crediti:
  • categoria: Prosa
  • anno: 2015
  • diretto da: Marco Sciaccaluga
  • scritto da: Vittorio Franceschi
  • costumi: maschere di Werner Strub
  • una produzione: Teatro delle Temperie
la trama:

La struttura di “A corpo morto” è semplice: un prologo, cinque monologhi intervallati da quattro intermezzi e un epilogo. Cinque persone diverse che parlano con altrettante persone “che non ci sono più” ma che continuano a vivere nei ricordi, talvolta dolci talvolta crudeli, e talvolta con risvolti persino divertenti come nel caso del barbone Zecca. Cinque riflessioni sulla vita di questi personaggi scomparsi, che poi è la vita di tutti noi che ci siamo ancora.

lo spettacolo
La struttura di "A corpo morto" è semplice: un prologo, cinque monologhi intervallati da quattro intermezzi e un epilogo. Cinque persone diverse che parlano con altrettante persone "che non ci sono più" ma che continuano a vivere nei ricordi, talvolta dolci talvolta crudeli, e talvolta con risvolti persino divertenti come nel caso del barbone Zecca. Cinque riflessioni sulla vita di questi personaggi scomparsi, che poi è la vita di tutti noi che ci siamo ancora.
 
Pur raccontando storie di persone che fra loro non si conoscono, queste piccole "tranches de vie" finiscono per prendersi sottobraccio e camminare insieme nel tempo dello spettacolo, come viaggiatori che hanno perso la strada e che ora la cercano insieme, spinti da un grande bisogno di verità e di identità, per poi fermarsi inevitabilmente davanti quell’eterno muro invalicabile che chiamiamo mistero, oblìo, "paese inesplorato”, o se preferite il nulla.     
 
è un'opera dei nostri giorni, figlia di un'epoca minore, che ha disperso i suoi valori e visto volar via molte certezze; dove il benessere illusorio basato sul danaro ha lasciato il posto alla paura del domani; dove il dubbio ha preso posto nei nostri pensieri e dove anche la voce di Dio fatica a farsi ascoltare della nostra coscienza: l'unica certezza è l'appuntamento con il dolore, che del resto è nostro compagno di viaggio fin dai tempi delle caverne.
 
"Molto dolore è meglio di poco amore" viene detto nell'epilogo. Ne avremmo fatto volentieri a meno ma se l'alternativa è l'indifferenza, l'egoismo, l'atrofia del pensiero e "la banalità del male", meglio affrontarlo e accettarlo. Chissà che proprio lì non si riesca a trovare quel po' di luce che ci può aiutare a sorridere e a voltar pagina.
 
Sorridere di tutto ciò è difficile, ma qualche volta, parlando dei casi bizzarri della vita, persino ci si riesce. Commuovere, e qua e là anche divertire con garbo, resta una delle funzioni nobili del teatro.
 
Vittorio Franceschi
note di regia
Sarà, come diceva quel vecchio saggio, che quando c’è lei non ci sei tu, ma certo si fatica a considerare la morte come ultima e definitiva esperienza dell’”essere”.
 
Vittorio Franceschi prova a prendere il toro per le corna, a cominciare dal titolo.
 
E ci aiuta, ancora una volta, a capire che il teatro è uno dei pochi luoghi rimasti che si sforza di affrontare i viaggi più scomodi, anche il più scomodo, senza censura: se manca una guida Michelin per non farci sbagliare strada nell’ultimo viaggio, Franceschi ci invita almeno a ricordare che siccome lei c’è, sarà opportuno che quando ci sei tu, tu ci sia davvero, fino in fondo, viaggiatore appassionato e curioso nei mille possibili itinerari dell’essere.
 
Marco Sciaccaluga
le maschere
Vittorio Franceschi e le maschere di Werner Strub
 
Le cinque maschere di “A corpo morto” sono state create da Werner Strub, e realizzate dallo stesso Strub con la collaborazione di Alain Trétout e Jean Claude Fernandez, in base al calco in gesso della testa di Vittorio Franceschi, realizzato a Bologna da Giorgio Giorgioni (Imagicastudio).
 
Le maschere sono costruite con diversi strati di tessuto e garze sovrapposti e uniti uno per volta, con cucitura finissima e senza uso di colla, e orlati con cucitura robusta in corrispondenza dei fori di occhi, naso, bocca e orecchie; e alla fine dipinte. Non c’è cuoio né altri materiali, solo tessuti di vario tipo, spessore e grana.
 
Werner Strub - Basilea 1935 / Luthézieu 2012 - considerato uno dei più importanti creatori di maschere del ‘900, ha lavorato per i più prestigiosi registi e Teatri di prosa d’Europa. Le sue maschere sono veri e propri oggetti d’arte.
 
Tre sono gli spettacoli che hanno visto Werner Strub e Vittorio Franceschi collaborare insieme: Edipo di Sofocle (1980, ATER / ERT) e L’oiseau vert (L’augellin belverde) di Carlo Gozzi (1984, Comédie de Genève) entrambi per la regia di Benno Besson. E infine A corpo morto (2009, Teatro Stabile di Genova), oggi riproposto da Teatro delle Temperie, sempre per la regia di Marco Sciaccaluga. 
rassegna stampa
STRALCI DI RECENSIONI
 
Sempre più di rado accade ormai a chi va a teatro di sentirsi pienamente coinvolto fino a provare un’emozione che vada al di là degli effetti esteriori. Questo miracolo chi scrive l’ha sentito profondamente al Teatro Duse dello Stabile di Genova vedendo A corpo morto, un lavoro scritto e vissuto da Vittorio Franceschi con la regia ispirata di Marco Sciaccaluga, e come lui si direbbe che l’accogliessero le persone presenti in sala, quasi non si trattasse di un pubblico nel senso odierno della parola ma di un’autentica polis d’antica memoria, consapevole di essere al centro del discorso. (...) ...con un pezzo bellissimo al di fuori di ogni usuale prospettiva in cui Franceschi supera perfino se stesso, auspicando una sorta di Sessantotto degli irregolari alla ricerca di ogni capovolgimento che corona questa superba analisi del vivere alla luce della morte e del mistero della fine. Chiusa con la constatazione che “Molto dolore è meglio di poco amore”.
Franco Quadri, La Repubblica
 
Con la maschera il teatro ritrova il mistero? Forse si, quando l’oggetto sacro - in senso antico - porta l’attore alla tensione fisica di “partorire” la parola. Se poi essa è una parola-pensiero da ricordare, nasce un equilibrio classico, tra grandi forze. Ed è quel che accade in A corpo morto di Vittorio Franceschi autore e unico attore, regia di Marco Sciaccaluga, maschere di Werner Strub, scene di Matteo Soltanto, per lo Stabile di Genova. (...) Le funzioni-personaggi assunte da Franceschi calzando la maschera come nella tragedia attica sono “musicate” dal testo, leggero rincorrersi di immagini che bruciano di tenerezza viltà e rabbia. (...) Questa specie di Spoon River al contrario, dove i vivi si raccontano attraverso il morto, è un inno alla vita con l’intelligenza di onorarne il mistero, forse l’ultimo che ci resta.
Claudia Provvedini, Il Corriere della Sera
...Franceschi si conferma un autore capace di unire l’invenzione poetica con gli agganci all’attualità: attraversao il filtro della morte egli getta uno sguardo feroce sulla vita, sul nostro tempo, cogliendone volgarità e contraddizioni. Ben diretto da Marco Sciaccaluga, l’attore si muove da solo in una scena essenziale (...) cambia i ritmi della dizione, ma soprattutto cambia volto (...) queste maschere, nell’acclamatissimo spettacolo dello Stabile di Genova, hanno un ruolo fondamentale: non sono un artificio naturalistico, uno strumento di immedesimazione, ma viceversa un modo per osservare i personaggi oggettivandoli. poiché inoltre le cinque storie non hanno via d’uscita né catarsi, l’unica loro conclusione possibile è il silenzioso passaggio da una maschera all’altra.  E’ questo passaggio che dà un senso al tutto, ne fa la metafora di una ciclicità ineluttabile, senza fine.
Renato Palazzi, Il Sole/24 ore
 
Solo in maschera si può essere sinceri. Un paradosso? Tutt’altro: un messaggio inviato dal palco alla società della finzione. (...) Sul volto di un gigante della recitazione come Vittorio Franceschi nella nuova produzione dello Stabile di Genova in scena al Duse con la regia di Marco Sciaccaluga (...) sono il tramite di una scommessa psicologica, oltre che teratrale. Che cosa può apparire attraverso il loro velo? In questo monologo, che grazie alle maschere consente all’interprete di vivere i dolori e le ipocrisie di cinque personaggi di fronte alla morte, c’è invece bisogno di un filtro diverso. (...) E’ un miracolo nuovo nato dall’intreccio tra diversi fili: quelli di Werner Strub ma anche la tessitura intellettuale artistica di un attore privato e liberato dell’espressione del volto, e di un regista che compensa con diverse calamite comunicative l’impossibilità di controllo sui “primi piani”.
Silvana Zanovello, Il Secolo XIX
 
...Cinque persone assai eterogenee salutano per l’ultima volta una persona cara scomparsa, diversa per ciascuno di loro, che ovviamente non può rispondere. (...) Scritti per altrettanti attori diversi, questi pezzi finiscono per esaltare la capacità del teatro di adattarsi alle situazioni, perché il regista Marco Sciaccaluga non solo li affida a un solo interprete, ovvero al loro autore, ma da questo ricava il principale motivo di interesse della serata. Da cinque caratterizzazioni (sei con la declamazione di brani poetici che fungono da tessuto connettivo) in poco meno di 90 minuti filati ci si sarebbe potuto aspettare uno scontato saggio di fregolismo, Franceschi invece rimane fedele a se stesso aiutandosi per i cambiamenti con le geniali maschere inventate da Werner Strub (...) e traccia con ammirevole grazia ritratti malinconicamente spiritosi e benché talvolta scorati, mai del tutto negativi verso la natura umana.
Masolino d’Amico, La Stampa
 
“A corpo morto” ha debuttato il 15 aprile 2009 con la produzione del Teatro Stabile di Genova e la regia di Marco Sciaccaluga. Il testo si può leggere nell’edizione del Melangolo con la prefazione di Daniele Del Giudice. È un dramma corale: allinea cinque personaggi, uomini e donne dei nostri giorni veloci e distratti. (...) La pièce era pensata per vari attori, ma il regista ha proposto a Franceschi di interpretarla tutta da solo. Così è nato uno spettacolo-sinfonia: l’attore dà magicamente voci e corpi diversi a ogni storia, materializzando esseri attoniti sotto le belle, inquietanti maschere di Werner Strub che annullano i lineamenti. (...) Il coro fa da commento, da specchio a volte ironico, a volte dolente, a queste rivelazioni, giocando su una lingua che vola leggera, pungente, sorridente, ardente, fino a precipitare nelle anse più dense e misteriose dell’essere umano. (...) «Molto dolore è meglio / di poco amore» ripeteva il coro nel finale di questo laico inno sacro a vite senza qualità. Che sfuggono e lasciano il rimpianto di più di un’occasione persa, di affetti e vite irrimediabilmente, colpevolmente svaniti. Una prova d’attore magistrale nella misura, che non vuol mai dire qui avarizia di caratterizzazione ma pietà nell’evocare fantasmi brucianti di figure troppo simili a quelle che ci circondano.
Massimo Marino, “Controscene” - Blog del Corriere della Sera, Ed. di Bologna
un grazie speciale a